Il caso Boffo come il caso Fini (e i prossimi casi) nascono dalla politica delegata ai giornali

Al direttore - Il “caso Boffo” è stato presentato come una ritorsione giornalistica in base al principio che chi fa il moralista dovrebbe avere le carte morali in regola. Mi sembra un’analisi insufficiente, se non altro perché Boffo non ha fatto il moralista, ma semplicemente il cronista, peraltro equilibrato, di opinioni molto diffuse fra i suoi lettori e editori, sconcertati dal costume di vita del presidente del Consiglio. Marcello Pera, senatore del Pdl
15 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 22:44
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Il caso Boffo è stato presentato anche come una ritorsione personale. Si è detto che, attaccato dai giornali sul proprio stile di vita, il presidente del Consiglio si è servito dei giornali di cui dispone per accusare i propri accusatori. Anche questa analisi mi sembra poco sostenibile. E’ certo che il presidente del Consiglio, fin dalla sua scesa in campo, è al centro di una enorme campagna di denigrazione soprattutto personale. Ed è vero che, per difendersi, egli, come tanti suoi simili, è spesso tentato di disfarsi dell’avversario, magari telefonando all’editore (come ha fatto Barack Obama), anziché usare contro di lui le armi più efficaci del silenzio, dell’ironia, della replica puntuale o semplicemente del tirare avanti a far di fatti e non di parole.
E però, a meno di ritenere che il presidente del Consiglio sia affetto da autolesionismo, una sua ritorsione personale contro Boffo non mi sembra plausibile. Intanto, per le ragioni già dette: Boffo è stato un critico moderato; e poi per una questione di calcolo: se il presidente del Consiglio usa ritorsione contro una pedina autorevole della Chiesa, la minima conseguenza che si deve aspettare è quella di trovarsi contro tutta o buona parte della Chiesa, non solo quella che già prima gli era avversa ma anche quella che semplicemente lo tollerava per tante grazie ricevute e tante altre ancora da ricevere. E questo non può volerlo soprattutto chi vanta “i migliori rapporti di sempre con la Chiesa”.
Una ritorsione nel caso Boffo però c’è. Ma non è né giornalistica né personale: è la ritorsione della politica. Perché, se consegni la politica ai giornali, allora i giornali guidano la politica, con le conseguenze del caso: i direttori dei giornali prendono il posto dei segretari politici, i comitati di redazione delle segreterie politiche, i lettori degli elettori.
E’ la sinistra che ha innescato questa ritorsione. Muta o di flebile voce in Parlamento, e ancora incapace di dotarsi di una linea politica di opposizione e di un progetto di governo credibile ai più, la sinistra ha consegnato se stessa in particolare a un giornale fino al punto di trovarsi alla mercè di quel giornale. Ma se un giornale prende il posto della sinistra, e quel giornale, per contrastare il presidente del Consiglio, punta l’occhio sul buco della sua serratura (peraltro di generoso diametro), allora è fatale che un altro giornale, per contrastare la sinistra, punti anch’essa l’occhio su altre serrature. A quel punto la regola diventa: tutti guardoni. E il risultato è una doppia rovina: della politica, che viene delegata al giornalismo e non esercitata in proprio, e del giornalismo, che si riduce a fare campagne di moralizzazione al fine di mero scandalo. Forse così si drogano le edicole dei giornali ma si chiudono le sedi dei partiti. Se non fossero accecati da passioni, soprattutto coloro che oggi gridano contro la mancanza di libertà di stampa dovrebbero pensarci per prima e avrebbero dovuto pensarci per tempo: che cosa è “stampa”?
Temo che nel caso Boffo ci sia anche un’altra ritorsione, assai più preoccupante. Oltre a quella della politica delegata, c’è quella delle istituzioni ferite. Da tempo, i partiti sono scomparsi: il Pdl non lo è e chissà se lo diventerà, il Pd non lo è ancora e chissà se ce la farà. E il Parlamento è chiuso. Non per ferie, ma per inattività. Ormai le Aule sono il luogo in cui i rappresentanti del popolo si riuniscono quando, per residuo formale omaggio alla Costituzione, devono ratificare una decisione del governo. Lo strapotere del governo sul Parlamento e del presidente del Consiglio sul governo annulla qualunque autonomia dei gruppi e dei singoli parlamentari. Questi, ormai nominati da un capo nazionale o locale e non più eletti dai cittadini, privi di ruolo e con il ricatto di non essere nominati un’altra volta, sono costretti a ridursi a meri portavoce o cantanti o calligrafi.
Così si crea un vuoto istituzionale. Ma siccome neppure le istituzioni politiche tollerano il vuoto, ecco che la loro voce, mortificata nelle sedi proprie, esce deformata in quelle improprie. Se non decidono o guidano il Parlamento e i partiti, siccome qualcuno deve pur farlo, allora in loro vece decidono e guidano il presidente della Repubblica, oppure il presidente della Camera, oppure il Consiglio superiore della magistratura, oppure l’Europa, oppure la Chiesa. E infine i giornali, i “talk show”, le feste, le associazioni e le fondazioni, tutti luoghi in cui politici e parlamentari sono più di casa che nel Parlamento e nei partiti. In questo caso, la regola diventa: tutti decisori e controllori e parlatori, ma fuori dalle sedi deputate. Con un’analoga doppia rovina: così saltano gli equilibri costituzionali e rischia di saltare la democrazia. E’ in questo contesto che è nato il “caso Boffo” ed è nello stesso contesto che spunta il “caso Fini” e possono spuntare il “caso Napolitano” e tanti altri ancora. Mi chiedo: quante e quali altre deflagrazioni si devono attendere? Chi oggi si rivolge ai giornali invitandoli a “voltare pagina”, chi predica contro il “killeraggio”, chi auspica un “clima di concordia”, è forse un uomo pio preoccupato degli effetti della crisi ma è ignaro delle sue cause. Un paese senza istituzioni costituzionali definite, con un sistema politico precario, dentro una crisi economica, che passa da scossa a scossa, fa venire la voglia di qualunque avventura.
Marcello Pera, senatore del Pdl